viernes, 14 de mayo de 2010

Le “relazioni pericolose” nel castello di Maradona



Amigos, gracias a la inestimable ayuda del brillante lingüista amigo Andrea Pari, tendremos la posibilidad de publicar muchos de nuestros artículos en italiano, para que muchos de los lectores que hablen y leen ese idioma puedan acercarse a nuestro blog.

L’affaire “Inversiones Dalport”, con l’apparizione del controverso personaggio di Víctor Vicente Bravo in qualità di ipotetico organizzatore di partite internazionali per portare la nazionale argentina a giocare un’ultima amichevole in preparazione mondiale negli Emirati Arabi -tra l’altro, ancora senza darne conferma o smentita- è solo un nuovo elemento che si aggiunge a un tema sul quale veniamo insistendo ormai da tempo.

Non è solo la situazione specifica ad essere poco seria, il problema è che da troppo tempo tutto ciò che circonda la nazionale argentina, ivi incluso la AFA, non è serio.

A questo punto, a così pochi giorni da un nuovo Mondiale, è chiaro che esistono poche eccezioni all’interno del panorama del calcio argentino -e sarebbe arduo trovarle nell’ambito della nazionale- a partire da chi detiene il potere assoluto per fare il bello e il cattivo gioco come trent’anni fa, il presidente Julio Grondona; il praticamente inesistente manager Carlos Bilardo (come dimenticare quando, nell’ultima partita della qualificazione a Montevideo, tutto incappucciato dava indicazioni ai giocatori mentre l’allenatore diceva a loro il contrario, raccomandandosi di non ascoltare il “nasone”), che ciononostante conserva l’incarico in attesa di chissà che cosa; o l’allenatore Diego Maradona, senza i requisiti per il ruolo o precedenti del caso, scelto come asso nella manica per tappare la falla del rifiuto all’ultimo momento di Carlos Bianchi, il candidato numero uno.

Si vive una guerra, il tutti contro tutti (e con molti round) in una specie di selva all’insegna del si salvi chi può. Grondona e Bilardo non si sopportavano fino al 2008 e di punto in bianco il tecnico spunta con un incarico importante, sebbene ora solo “burocratico”. Grondona e Maradona erano stati anni senza rivolgersi la parola (remember la frase del “Dieci” sui bulloni e la ferramenta di Sarandí) finché un bel giorno, come se niente fosse, (e a meno di due anni dall’ultimo ricovero in una clinica psichiatrica) il miglior giocatore di tutti i tempi viene designato per condurre la Selección nella fase decisiva delle qualificazioni. Salvo poi tornare a litigare i tre per Oscar Ruggeri, campione mondiale nel 1986, respinto da Grondona e dalla dirigenza, attratto e reclamato da un Maradona con il quale aveva avuto un brutto rapporto per un decennio e anche lui in cattivi rapporti con Bilardo, per non aver ottenuto dal suo ex allenatore l’appoggio necessario nei giorni di gloria del 1986 e del 1990.

In questo clima di reciproche recriminazioni vicine al “nonsense”, come se credessero per giunta che tutto deve passare obbligatoriamente attraverso i mezzi di comunicazione, si aggiunge un personaggio difficilmente catalogabile come Humberto Grondona, uno dei due figli del presidente del AFA, senza alcun precedente di spicco nonostante la tanto lunga quanto bizzarra carriera in America Latina (in Brasile durante la sua esperienza al Corinthias è stato definito “lobbista di arbitri”). Linguacciuto, impertinente e con un potere fuori dal comune -che va ben oltre l’incarico di responsabile del settore giovanile della nazionale che gli è stato affidato- in questo scontro all’arma bianca è rimasto escluso dallo staff della prima squadra poiché Maradona (suo ex amico) ha deciso di utilizzarlo come moneta di scambio per avere Ruggeri, nonostante il figlio del presidente del AFA sia convinto che il “Dieci” gli debba l’enorme favore di essere stato scelto in extremis, proprio quando l’opzione Bianchi era più in voga al momento delle dimissioni di Alfio Basile nel 2008.

Se questo è ciò che succede nella cupola che gestisce la Selección argentina, da lì in giù tutto è possibile. Per esempio, che in quattro giorni in qualsiasi città europea nessun giocatore osi scendere nella hall dell’hotel per il semplice fatto che non hanno firmato nulla, non c’è nessuna clausola che li obblighi a farlo e non sono tenuti a comprendere il ruolo dei media considerando la risonanza che ha il football in questo pianeta; oppure che non si possa esigere l’intervento dei dirigenti, più interessati ad andare in giro nelle varie città a comprar regali che a fare il loro lavoro. Certo, se poi molti di questi dirigenti vanno al Mondiale lautamente stipendiati, è difficile aspettarsi che la critica più audace venga proprio da loro.

La stampa che si è scandalizzata tanto in questi giorni per via del cosiddetto affaire (interminabile) della partita (forse annullata) del 29 maggio negli Emirati Arabi, non dice nulla sulle cifre che l’AFA sborsa prima di ogni viaggio all’azienda Rotamund, oppure sul fatto che Maradona e i giocatori ricevano solo i loro “amichetti” nelle stanze a piani superiori degli hotel, dove la TV allestisce i propri studi escludendo il resto del giornalismo, o che ci siano “colleghi” che nelle conferenze stampa fanno domande concordate con il potere o con i propri protagonisti. Questo di solito non si dice.

Non si dice molto nemmeno sul rapporto commerciale tra Maradona e Gabriel Heinze, ora risaputo, ma solo perché la fonte altro non è che il giornale “El País” di Madrid. E ancora non si dice che, pur avendo a disposizione attaccanti di mostruosa capacità realizzativa in Europa, presumibilmente non si potrà prescindere dal veterano Martín Palermo (già pubblicizzato dalle multinazionali) nella lista definitiva del Mondiale. Che sia per riconquistarsi le simpatie di una tifoseria, quella del Boca, che non tollererebbe un’altra rinuncia dopo quella di Juan Román Riquelme?

Insomma, sono così tante le prolissità che non basterebbero venti pagine Word per descrivere tutto ciò che non funziona nella nazionale argentina. Perché quel che non funziona è l’istituzione, la stessa AFA, perché come succede all’interno del paese, non c’è una dirigenza capace di portare avanti un altro progetto, o al meno non si intravede.

E allora la Selección andrà, come sempre, in mezzo all’assoluto disordine, poi forse Lionel Messi riuscirà a dribblare le avversità che si presentano sul suo cammino, con la sua genialità risolverà tutto, offrirà venti assist ai suoi compagni, i quali forse ne trasformeranno in gol due o tre, o magari di più (a seconda del rivale di turno), si potrà vincere la Coppa del Mondo perché i giocatori non mancano, e questa volta sono molto buoni (nonostante l’apparente schema conservatore sul quale insisterà l’allenatore) e tornando in patria, con il trofeo, i media di “plastica” ci diranno che si è vinto grazie a Maradona, a Bilardo che coordinava tutto e alla “irreprensibile” gestione di Grondona a capo dell’AFA.

E noi continueremo a dire le stesse cose di adesso, di prima, di sempre.

(trad. Andrea Pari)

martes, 11 de mayo de 2010

Pellegrini y Mourinho, las dos caras del Real Madrid (Jornada)




Por estas horas, en Madrid comienzan a darse cuenta de que efectivamente, esta temporada es muy posible que termine en blanco, pero no por el color de la camiseta que sabe a glorias pasadas, sino por el vacío de títulos nuevos en las vitrinas, pese a que el gasto en fichajes fue mayor a los trescientos millones de euros en el primer año del retorno de Florentino Pérez al glamour y a la presidencia del club.
El finalmente trabajoso aunque en gran parte del partido espléndido triunfo del Barcelona ante el duro Sevilla en el estadio Sánchez Pizjuán andaluz, dio por tierra con los pocos sueños que quedaban entre los hinchas del Real Madrid de que afectados por la derrota por la Champions League ante el Inter, los catalanes se quebrarían anímicamente y cederían puntos para poder ser alcanzados en el liderazgo de la liga española, pero a una sola fecha del final, la del próximo domingo, es claro que la historia no ha sido así. Y lo peor es que ahora el Real Madrid depende de un equipo que pugnará por salvarse del descenso en el Camp Nou, como el Valladolid, y más aún, de su más que polémico director técnico Javier Clemente, el mismo que tuviera una guerra verbal (que se tradujo en física entre los jugadores) con César Luis Menotti por los principios de los ochenta, cuando éste dirigía al Barcelona de Diego Maradona, y aquél al Athletic de Bilbao. Cual Carlos Bilardo español, Clemente, que también dirigiera a la selección española y tuviera un grandísimo enfrentamiento con buena parte de la prensa local, disputó palmo a palmo su filosofía de juego “pragmática” contra Menotti en una recordada (por lo violenta) final de la Copa del Rey de 1984 en el Santiago Bernabeu de Madrid, que terminó con una trifulca de todos contra todos. También enfrentado a Jorge Valdano, hoy director deportivo del Real Madrid, este mismo Clemente es quien puede ayudar a los blancos a ganar la liga si su esquema en el Camp Nou logra similitudes con el Inter de la semifinal de la Champions. Algo así como si pudiera colocar en la cancha al “Valladolinter”. Pero en este equipo pucelano no juegan ni Julio César al arco, ni Walter Samuel ni Lucio como centrales, ni Maicon o Zanetti en los laterales. Será difícil que este Real Madrid salve el año.
Pero todo no termina allí. Pareciera ser que en Madrid gustan de vanagloriarse cuando ganan, como hundirse hasta la coronilla si pierden y en vez de repensar la temporada y al menos valorar lo bueno como para partir de una base, ahora ya nada sirve. El director del más influyente diario deportivo madrileño, Marca, Enrique Inda, explica en la web, dando la cara, que el entrenador chileno Manuel Pellegrini “no es el indicado para dirigir al Madrid” aunque en su primera temporada en el cargo, y con un equipo conformado en tres meses, haya logrado una marca de 101 goles en 37 partidos, haber peleado palmo a palmo el título con un Barcelona ya muy armado, y lo que es mejor, un consenso unánime acerca de que después de muchos años, el equipo “juega a algo”.Pero no alcanza, como tampoco la pausa magistral de un jugador tan talentoso como intermitente, José María Gutiérrez, Guti, uno de los pocos capaces de enlazar las líneas y dibujar juego con un par de movimientos. Entonces, afuera Pellegrini, chau Guti, y acaso adiós Gonzalo Higuaín, que con sus 27 goles a cuestas en la liga es requerido por los grandes de Inglaterra y parece que el Real Madrid está dispuesto a traspasarlo con el rumor constante de que no aparece en los partidos principales o que no es del todo solidario en algunas jugadas mano a mano con los arqueros. A cambio, quieren ahora a Wayne Rooney, del Manchester United, al que le costará adaptarse a otro sistema de juego y sin garantías cuando ya las tiene en casa. Lo mismo que Pellegrini. ¿A qué quiere jugar el Real Madrid cuando tienta al portugués José Mourinho por una fortuna, para que abandone el Inter tres temporadas antes del vencimiento de su contrato? A la garantía de un título, que parece ofrecer “the special one”. Pero nadie puede asegurar nada, ni títulos, ni juego. En todo caso, Mourinho asegura que no habrá demasiado espectáculo. Para que ya desde ahora sepan en el Bernabeu que habrá que abandonar toda esperanza estética si se quiere ganar. Una especie de Capello bis, algo que ya conocen en Madrid. Todo sea por un triunfo, por un resultado.
Lo único que se pide es que no nos hablen más de jogo bonito cuando realmente no les interesa. Por favor.

domingo, 9 de mayo de 2010

Sólo los jugadores pueden salvar a la selección argentina (Yahoo)



A poco más de un mes de su debut en la Copa del Mundo, la sensación que transmite el entorno de la selección argentina es que solamente sus jugadores, muchos de ellos considerados entre los mejores del planeta, pueden salvarla del tremendo caos organizativo que vive, especialmente desde que Diego Maradona se hizo cargo de la dirección técnica a fines de 2008.

Resulta extraño que al preguntar a cualquier dirigente de la Federación Argentina (AFA) sobre los pasos finales del equipo en el camino hacia Sudáfrica, la respuesta sea un interrogante mayúsculo y que a esta altura, una potencia mundial del fútbol como la Argentina, salga a buscar algún rival para un partido amistoso, que supla el que acaba de caerse, según parece, que debía jugarse en Emiratos Arabes Unidos ante un combinado local.

Este partido, que tenía fecha para el 29 de mayo, y que iba a ser el último paso antes de viajar a Pretoria, para ya instalarse allí, estuvo siempre rodeado de misterio y de confusión, tanto que todo comenzó cuando un tal Víctor Vicente Bravo, en nombre de la extraña compañía Dalport Inversiones, se le acercó a Maradona durante los días en que la selección argentina estuvo alojada en Madrid para jugar un partido amistoso ante españa (que perdió 2-1 en el estadio Vicente Calderón) y le ofreció organizar este partido del 29 de mayo.

Algunas versiones indican que Maradona se interesó por este partido y que hasta iba a sacar parte del cachet para sí mismo, aunque otros lo desmienten rotundamente, pero la confusión fue tal que el propio presidente de la AFA y vicepresidente primero de la FIFA, Julio Grondona, llegó a convocar a la ex esposa del astro, que a su vez es su representante, Claudia Villafañe, para recriminarle este contacto, dado que vencido el plazo para depositar un anticipo cercano a los 500.000 dólares, éstos no habían aparecido.

Ante la negativa de la representante, demostrando no conocer el tema, y ante la falta de otras respuestas, la AFA comenzó a evaluar la necesidad de buscar otros rivales posibles para la selección argentina, con el agravante de que restan demasiados pocos días para el Mundial, y que el partido en Emiratos Arabes significaba el ahorro de mucho dinero que la FIFA paga a los seleccionados participantes del Mundial, por traslado.

Sin embargo, el caos que rodea a la selección argentina es muchísimo mayor. Por un lado, se intenta disfrazar de gran fiesta de despedida un mediocre partido amistoso ante la débil Canadá en el estadio Monumental de Núñez en Buenos Aires para el 24 de mayo, al que Maradona accedió a jugar con su mejor equipo debido a un expreso pedido del gobierno porque se enmarca en los festejos del Bicentenario del país, que se cumple exactamente al día siguiente.

Y no sólo eso: las duras declaraciones de Maradona en el contexto de otro extraño partido jugado en la ciudad obrera de Cutral Có, en la provincia de Neuquén (al oeste del país, en la Patagonia), con un estadio no del todo lleno, y con supuesto beneficio para los damnificados de Haití y para jugar con el muy débil equipo de este país y con el equipo conformado por jugadores de la liga local (la mayoría de ellos no estará en el Mundial), enojaron mucho a Grondona, enfrentado al entrenador desde los primeros días en los que éste se hizo cargo del equipo argentino.

Maradona criticó duramente a Grondona por la caída del partido en Emiratos Arabes, y agregó que “por única vez” había aceptado que en el charter del equipo viajaran unos cuarenta hinchas caracterizados, a sugerencia dfel presidente de la AFA.

No pasaron muchas horas y ya el hijo mayor de Grondona, Humberto, a cargo del departamento de juveniles de la AFA, y por lo general duro declarante, apareció para defender a su padre y polemizar con Maradona, tal como lo viene haciendo desde que éste no lo aceptara como parte del cuerpo técnico para el Mundial, debido a que su padre también vetó al ex defensor campeón mundial en 1986, Oscar Ruggeri, para que trabajara como ayudante de campo.

Humberto Grondona, quien tuvo grises desempeños en clubes peruanos, mexicanos y brasileños, considera que Maradona le debe el hecho de haber sido designado como entrenador de la selección argentina dado que cuando renunciara Alfio Basile, a fines de 2008, el presidente de la AFA había decidido ofrecerle el cargo al entrenador preferido por el público, Carlos Bianchi, pero tanto Humberto como su hermano Julio (presidente de Arsenal) convencieron a su padre que retrocediera con la idea y convocara a Maradona. Este, con el correr de los días, advirtió que si Ruggeri no era aceptado como ayudante, entonces tampoco Humberto Grondona podía ingresar al cuerpo técnico.

En este estado de guerra de todos contra todos, aún falta el manager Carlos Bilardo, enfrentado hasta hace un año y medio con Grondona porque pretendía sucederlo en el cargo de presidente de la AFA y no obtuvo el apoyo imaginado, y luego, enfrentado a Maradona, una vez amigado con el dirigente, al no apoyar a su ex dirigido Ruggeri para que se incorporara como ayudante.

El colmo de la situación ocurrió en el último partido de las eliminatorias, cuando el equipo argentino defendía desesperadamente el triunfo por 0-1 ante Uruguay en Montevideo, y Bilardo, encapuchado y casi de incógnito, daba indicaciones a los jugadores desde la línea que bordea el campo de juego, y Maradona daba indicaciones opuestas y gritaba a sus jugadores que no aceptaran lo que Bilardo les decía.

A menos de cuarenta días del Mundial, no se sabe si la selección argentina jugará un amistoso más, contra quién, dónde, y cuándo.

La sensación es que sólo los grandes jugadores que tiene, pueden salvar a esta caótica selección argentina, que parece tehner más enemigos en sí misma que en los eventuales rivales.

Only the players can save the Argentinean team (Yahoo)




Scarcely a month from its debut in the World’s Cup the feeling that the Argentinean team transmits is that only its players, many of them considered among the best of the planet, can save it from the terrible chaos in the organization they are going through, specially from the moment that Diego Maradona took the position of coach at the final of 2008.

It is strange that asking any directive of the Argentinean Federation (AFA) on the final steps of the team on the way to South Africa, the response is a capital interrogative and that until now, a world potency as Argentina goes looking for some rival for a friendly match to replace the one that fall, as it seems, that should be played in the United Arabian Emirates vs a team from this country.

That match that was fixed for May 29, and was the last step before the trip to Pretoria, to install themselves there, has been always surrounded by mystery and confusion, so much so that everything started when Víctor Vicente Bravo, in the name of a strange company Dalport Investments, came to Maradona during the days in which the Argentinean team was lodged in Madrid to play a friendly match vs Spain (that lost 2-1 in the stadium Vicente Calderón) and offered him to organize this match of May 29.

Some versions indicate that Maradona was interested for that match and that he even would take off a part of the cachet for himself, though others completely deny it, but the confusion was such that the president of AFA and first vice-president of FIFA, Julio Grondona, convoked the ex wife of the star, that on the other hand is his representative, Claudia Villafañe, to reproach her for this contact because the term has expired for the deposit of a down payment near 500.000 Dollars, they did no appear.

In front of the representative’s deny, showing not to know the matter and in view of the lack of other replies, the AFA started to valuate the need of looking for other possible rivals for the Argentinean team, specially that there are left very few days for the World Championship and the match in Arabian Emirates meant a save of much money that the FIFA pays the teams that participate in the World Championships for the removal.

However, the chaos that surrounds the Argentinean team is much higher. On one side, it is intended to disguise with a party of farewell a mediocre friendly match vs the weak Canada in the stadium Monumental of Núñez in Buenos Aires for May 24, to which Maradona acceded to play with his best team due to an expressed request of the government because it falls within the festivities of the Bicentennial of the country being its exact date on the next day.

And not only this: the hard declarations of Maradona in the context of another strange match played in the workers city of Cutral Có, in Neuquén Province (west of the country, in Patagonia), on a stadium not too full and with a supposed benefit for the harmed of Haití and to play with the very weak team of that country and with the team conformed by players of the local league (most of them will not be at the World Championship), angered much Grondona confronting him with the coach since the first days in which the latter took charge of the Argentinean team.

Maradona criticize Grondona strongly for the fall of the match in Arabian Emirates and added that “for once” he accepted that in a charter of the team traveled some forty fans characterized on the suggestion of the AFA’s president.

There have not passed many hours and the oldest son of Grondona, Humberto, in charge of the youth department of the AFA, and generally a hard declaratory, appeared to defend his father and started polemics with Maradona, as he is doing since the latter did not accept him to form part of the technical crew for the World Championship because his father also vetoed the ex defender world champions of 1986, Oscar Ruggeri, to work with him as an assistant.

Humberto Grondona, who had carried had a gray duty in Peruvian, Mexican and Brazilian clubs considers that Maradona owes him to be designed as coach of the Argentinean team as when Alfio Basile renounced end of 2008, the AFA’s president decided to offer this position to the coach preferred by people Carlos Bianchi, but Humberto as well as his brother Julio (president of Arsenal) convinced their father to go back with his idea and convoke Maradona. The latter, with the pass of the days, noted that if Ruggeri was not accepted as assistant, then neither Humberto Grondona could enter in the technical group.

In such state of war against everybody, still fails the manager Carlos Bilardo, confronted since one year and a half with Grondona because he pretended to replace him for the president position of the AFA and he did not obtain the imagined backing and then confronted with Maradona, once befriended with the directive, not backing his ex conducted Ruggeri to be incorporated as assistant.

The summit of this situation happened in the last match of eliminatories when the Argentinean team was despaired defending the triumph by 0-1 vs Uruguay in Montevideo and Bilardo, hooded and almost in incognito gave indications to the players from the line along the game field and Maradona was giving opposed indications and shouted to his players not to accept what Bilardo was saying.

Less to forty days to the World Championship it is not known whether the Argentinean team will play another friendly match against which one, where and when.

The feeling is that only the big players that it has will be able to save this chaotic team of Argentina that seems to have more enemies within themselves than in the eventual rivals.

Solo i giocatori possono salvare la nazionale argentina



A poco più di un mese dal suo debutto nella Coppa del Mondo, la sensazione che trasmette l’entourage della nazionale argentina è che solamente i suoi giocatori, molti dei quali considerati tra i migliori al mondo, possano salvarla dal tremendo caos organizzativo in cui sta vivendo, specialmente da quando la guida tecnica è stata affidata a Diego Maradona, alla fine del 2008.

Appare strano che chiedendo delucidazioni a qualsiasi dirigente dell’AFA riguardo agli ultimi preparativi in vista del Sudafrica la risposta sia un maiuscolo punto interrogativo e che, a questo punto, una potenza mondiale del calcio come l’Argentina si metta a cercare un avversario per un’amichevole per rimpiazzare, a quanto pare, quella appena saltata contro una selezione locale negli Emirati Arabi.

Attorno a questa partita, fissata per il 29 maggio come ultima tappa prima del trasferimento a Pretoria, è calato da subito un alone di mistero e confusione. Tutto ha avuto inizio a Madrid durante la permanenza della Selección argentina per l’amichevole contro la Spagna (persa 2 a 1 al Vicente Calderón), quando un tale Víctor Vicente Bravo, a nome della strana compagnia “Dalport Inversiones”, si era avvicinato a Maradona e gli aveva offerto di organizzare questa partita del 29 maggio.

Alcune versioni indicano che Maradona aveva interessi personali per questa partita e persino che si sarebbe intascato parte del cachet, sebbene altri smentiscano questa ipotesi categoricamente, tuttavia la confusione è stata tale che lo stesso presidente del AFA e vicepresidente della FIFA, Julio Grondona, è arrivato a convocare l’ex moglie del Pibe de Oro, Claudia Villafañe, ora sua rappresentante, per rimproverarle questo contatto, visto che una volta scaduto il termine per depositare un anticipo vicino ai 500.000 dollari, della somma pattuita ancora non vi era traccia.
Dinnanzi alla smentita della rappresentante dimostratasi ignara della questione e di fronte alla mancanza di risposte l’AFA ha iniziato a valutare la necessità di cercare altri rivali possibili per la nazionale argentina, con l’inconveniente che di trovarsi alle porte del Mondiale e che la partita contro gli Emirati avrebbe voluto dire risparmiare molto di quel denaro che la FIFA paga alle nazionali partecipanti per i trasferimenti.

Ma il caos che circonda la Selección argentina non si ferma a questo. Da una parte, le istituzioni cercano di mascherare la mediocre amichevole del 24 maggio contro il debole Canada allo stadio Monumental di Núñez a Buenos Aires, come se fosse una grande festa di partenza e per la quale Maradona, nonostante ciò, dovrà proporre la miglior squadra possibile per un’espressa richiesta del governo, il quale ha incluso la partita nei festeggiamenti per il Bicentenario del Paese che si compie esattamente il giorno successivo.

Dall’altro, le dure dichiarazioni di Maradona nel contesto di un’altra strana partita giocata presso la città operaia di Cutral Có, nella provincia di Neuquén in Patagonia, utilizzando unicamente giocatori del campionato locale (e la maggior parte di essi non andrà al Mondiale) contro la debole selezione di Haití a beneficio (presunto) delle vittime di questo Paese e con uno stadio non del tutto pieno, hanno fatto molto infuriare Grondona, il quale si scontra con Maradona sin dai primi giorni in cui gli ha affidato l’incarico.

Maradona da par suo ha criticato molto Grondona per l’annullamento della partita negli Emirati Arabi e ha aggiunto che sarebbe stata “l’unica volta” in cui avrebbe accettato che viaggiassero quaranta ultras sul charter della squadra, su suggerimento del presidente del AFA.

Non molte ore dopo, il primogenito di Grondona, Humberto, responsabile del settore giovanile del AFA e “lingua lunga” mica da ridere, era già saltato su a difendere il padre e a polemizzare con Maradona, così come sta facendo puntualmente da quando è stato escluso dallo staff tecnico della nazionale per il Mondiale come ripicca per il veto posto sull’ex difensore campione del mondo nel 1986, Oscar Ruggeri, per il ruolo di collaboratore tecnico.

Humberto Grondona, che ha avuto grigi esperienze in club peruviani, messicani e brasiliani, è convinto che Maradona debba a lui il fatto di essere stato designato, visto che al momento della rinuncia di Alfio Basile alla fine del 2008 il presidente del AFA aveva deciso di offrire l’incarico all’allenatore preferito dal pubblico, Carlos Bianchi, mentre sia Humberto che suo fratello Julio (presidente dell’Arsenal di Buenos Aires) si erano spesi a favore di Maradona spingendo il padre a fare un passo indietro e a convocare il “Dieci”. Ciononostante, quest’ultimo con il passare dei giorni ha fatto sapere che se Ruggeri non fosse stato accettato come aiutante, allora nemmeno Humberto Grondona avrebbe potuto far parte dello staff tecnico.

In questo stato di guerra, in questo gioco del tutti contro tutti non si è ancora menzionato il manager, Carlos Bilardo, in conflitto da un anno e mezzo con Grondona perché voleva succedergli alla guida del AFA senza però ricevere l’appoggio auspicato e poi, una volta riconciliatosi col presidente, con Maradona per non aver sostenuto la candidatura del suo ex giocatore Ruggeri.

Al colmo dei colmi si è giunti nell’ultima partita delle qualificazioni, quando la squadra argentina stava difendendo disperatamente il trionfo per 0-1 di fronte all’Uruguay a Montevideo e Bilardo, incappucciato e quasi in incognito, dava indicazioni ai giocatori dalla linea che separa il campo di gioco mentre Maradona gridava ai suoi giocatori di non ascoltare quello che diceva Bilardo.

A meno di quaranta giorni dal Mondiale, non si sa ancora se la Selección giocherà un amichevole in più, contro chi, dove e quando.

La sensazione è che solo i grandi giocatori che possiede possano salvare questa caotica nazionale, la quale sembra avere più nemici al suo interno che eventuali avversari.

sábado, 8 de mayo de 2010

Hace mucho que la selección argentina no es seria



El affaire de "Inversiones Dalport", con la aparición del extraño personaje Víctor Vicente Bravo como supuesto organizador de partidos internacionales para llevar al seleccionado argentino a jugar un último amistoso de preparación mundialista en Emiratos Arabes Unidos, aún sin confirmar ni suspender del todo, sólo agrega un nuevo elemento a un tema del que venimos insistiendo desde hace rato.

No es que lo que pasó con esto es poco serio, sino que hace ya demasiado tiempo que todo lo que rodea al seleccionado argentino, y agregamos que también a la AFA, no es serio.

A esta altura de los acontecimientos, a tan pocos días de un nuevo Mundial, es claro que hay pocas excepciones dentro de todo el panorama del fútbol argentino, y costaría mucho encontrarlas en el ámbito del seleccionado nacional, desde quien tiene el poder absoluto para subir o bajar el pulgar como hace treinta años, el presidente Julio Grondona, el practicamente inexistente manager, Carlos Bilardo (recordar cuando en el último partido de la clasificacíón, en Montevideo, encapuchado daba indicaciones a los jugadores para que el entrenador les dijera lo contrario y les recomendara no escuchar al narigón), que de todos modos permanece en el cargo a la espera de vaya a saberse qué, o el entrenador Diego Maradona, sin estudios para el cargo, ni antecedentes gravitantes y a quien Grondona no parece respetar en su actual trabajo, y sólo fue convocado como as de la manga para tapar el bache de la baja a última hora de Carlos Bianchi, el candidato de todos.

Lo que se vive es una guerra de todos contra todos (y en muchas rondas) en una especie de selva y del sálvese quien pueda. Grondona y Bilardo estaban enojados hasta 2008, y de buenas a primeras, el técnico aparece en un cargo importante, aunque ahora burocrático. Grondona y Maradona habían estado años sin hablarse (remember la frase del diez sobre los bulones y la ferretería de Sarandí) y un buen día, casi de la nada misma, y a menos de dos años de haber estado internado en un psiquiátrico, el mejor jugador de todos los tiempos aparece designado para llevar al equipo nacional en las instancias decisivas de una eliminatoria, y vuelta a pelearse los tres por Oscar Ruggeri, campeón mundial en 1986 pero resistido por Grondona y la dirigencia, atraído y buscado por un Maradona con quien tuvo por una década una mala relación, y enojado con Bilardo por no haber conseguido el respaldo de su ex entrenador en los días de gloria en 1986 y 1990.

Estos permanentes intercambios cercanos al dislate, como si creyeran que todo se dirime en los medios de comunicación suman a un personaje difícilmente catalogable como Humberto Grondona, uno de los dos hijos del presidente de la AFA, sin ningún antecedente de valía pese a su dilatada como extraña carrera por Latinoamérica (en Brasil definieron su paso por el Corinthians como "lobbista de árbitros"), lenguaraz y con un poder fuera de lo común, a cargo del departamento de Juveniles del seleccionado, quien quedó afuera del plantel superior porque en esta reyerta fue utilizado por Maradona (su ex amigo) como moneda de cambio por Ruggeri, cuando el hijo del presidente de la AFA sigue creyendo que el diez le debe el enorme favor de haber sido colocado in extremis, cuando ya Bianchi pagaba dos pesos en el momento de la renuncia de Alfio Basile en 2008.

Si esto ocurre en la cúpula del manejo del seleccionado argentino, de ahí para abajo todo es posible. Desde que en cuatro días en cualquier ciudad europea, ningún jugador ose bajar al lobby del hotel debido a que no tiene ningún compromiso firmado, ninguna cláusula que lo obligue, ni un mínimo decoro para entender el rol de los medios por lo que el fútbol representa en este mundo, sin siquiera tener una mínima exigencia de los dirigentes, más interesados en recorrer preciosas ciudades y comprar sus regalos que en lo que debería ser su trabajo. Claro, si muchos de estos dirigentes luego viajan al Mundial con todo pago, difícilmente puedan esbozar una mínima crítica audaz.

La prensa que se escandalizó por estos días con el affaire (interminable) del partido posiblemente suspendido del 29 de mayo en Emiratos Arabes, nada dice sobre los precios que la AFA paga ante cada viaje con la empresa Rotamund, o que Maradona o los jugadores atiendan sólo a sus amiguitos en los pisos superiores de los hoteles, donde la TV instala sus estudios lejos del resto del periodismo, o que haya "colegas" que en las conferencias de prensa hagan preguntas pactadas con el poder o con los propios protagonistas. Eso no se suele decir.

Tampoco mucho sobre la relación comercial entre Maradona y Gabriel Heinze, ahora sabida, pero la fuente no fue otra que el diario "El País" de Madrid. Tampoco mucho sobre que habiendo delanteros con un tremendo poder de gol en Europa, temidos por cualquier adversario, todo indica que se tirará del veterano Martín Palermo (ya publicitado por multinacionales) para la lista definitiva del Mundial. ¿Acaso para ganarse una hinchada que miraba con desconfianza tras otro affaire como el de la renuncia de Juan Román Riquelme?

Son tantas las desprolijidades que no alcanzarían ni veinte páginas word para describir todo lo que no funciona en el seleccionado argentino. Porque lo que no funciona es la institución, la propia AFA, porque como sucede en el país, no hay una dirigencia capaz de llevar adelante otro proyecto, o al menos no se vislumbra.

Y entonces, el seleccionado argentino irá, como siempre, en medio de un absoluto desorden, luego Lionel Messi eludirá a cuanto contrario le salga en su camino, con su genialidad resolverá cualquier dificultad, brindará veinte pases-gol a sus compañeros, que aprovecharán uno, o dos, o tal vez tres o más veces (de acuerdo al rival de turno), se podrá ganar la Copa del Mundo, porque jugadores siempre hay y esta vez, muy buenos (pese al aparente esquema conservador que insistirá en utilizar el entrenador) y al regresar, con el trofeo, los medios "gomías" y los que disfrutan con un buen rechazo a la platea, nos dirán que se ganó gracias a Maradona, a que Bilardo estaba atrás, a la "indudable" gestión de Grondona al frente de la AFA.

Y nosotros seguiremos diciendo lo mismo que ahora, que antes, que siempre.

miércoles, 5 de mayo de 2010

Entre el Barcelona y el Real Madrid, emerge el Atlético (Jonada)



Parece increíble, pero en una temporada que llega a su fin apenas unos pocos días y en la que el Barcelona y el Real Madrid, con presupuestos infinitamente mayores, se disputan palmo a palmo la liga tras haber sido eliminados de la Champions League, el único equipo español que subsiste en competiciones europeas es el defenestrado Atlético Madrid, que emerge de sus ruinas de tantos años para colocarse tanto en la final de la Copa del Rey ante el Sevilla, como en la Europa League ante el modesto Fulham inglés.

No hay manera de comparar planteles. Nos hemos extendido en muchas oportunidades para referirnos a las estrellas de los dos grandes equipos de España y no hay manera de hacer frente a dos equipos que han cosechado una cantidad de puntos que directamente desechan cualquier acercamiento del resto. El Barcelona, que goleó (aunque con esfuerzo impensado) al Tenerife por 4-1 en el Camp Nou con otros dos goles de Lionel Messi, que lleva 31 en la liga y 42 en la temporada), lleva nada menos que 93 puntos, seguido a cuatro por el Real Madrid, que tiene un partido menos que es el más riesgoso, a priori, de los tres que debe jugar, al tener que visitar al cuarto del torneo, el Mallorca, hoy por hoy también clasificado a la próxima Champions.

Y no sólo en puntos está la diferencia con el Valencia, tercero, con 68 puntos, a años luz de los primeros, o con el propio Mallorca, con 59, o con el primer clasificado a la Europa League próxima, el Sevilla, con 57. También en goles se establece una diferencia notable que marca la enorme distancia de los dos grandes con los demás. El Barcelona suma 91 tantos y apenas 22 en contra, mientras que el Real Madrid suma 92 y recibió 32. No parece posible luchar contra estos monstruos.

Y aún así, el Atlético Madrid consigue aparecer como el gran exitoso de la temporada en España, más que todo por lo poco que se esperaba de él, tanto en los seguidores como en los propios analistas., llegando a dos finales al mismo tiempo cuando a mitad de temporada tuvo que cambiar de entrenador por una de las tantas crisis que atravesó el club en los últimos años, y el ex arquero Abel Resinos, que pasó de un interinato a ocupar un cargo estable, dejó su cargo para que fuese tomado por el ex entrenador del Valencia y del Benfica, Quique Sánchez Flores.

Quique Sánchez, un esmirriado ex lateral, entre otros, del Real Madrid, se encontró con un panorama que imaginaba. Jugadores que ya habían cumplido un ciclo, como el argentino Maxi Rodríguez, sus dos delanteros estrella hartos de los manoseos y los continuos cambios de rumbo sin mayor crecimiento (Diego Forlán y Sergio Agüero), un proyecto de gran arquero (para muchos, el sucesor en España de Iker Casillas), Sergio Asenjo, vituperado por sus propios hinchas, y una defensa que no terminaba de hacer pie, con un mediocampo con el problema de siempre de los últimos tiempos: la falta de un enganche que conecte esta línea con el ataque.

Pero más allá de todos esos inconvenientes, el “Aleti” arrastra un sino fatal en España, lo que se da en llamar “mal fario”, como si la mala fortuna estuviera asociada a la historia moderna de un equipo llamado a colocarse como el tercero del país, pero que debió sufrir por dos años el “infierno” de la Segunda división, estuvo quebrado económicamente en tiempos del fallecido presidente Jesús Gil y Gil, y en 1974 perdió de manera insólita una Copa de Europa cuando la tenía asegurada ante el Bayern Munich de Franz Beckenbauer y en la última jugada el arquero Reina (padre del actual guardameta del Liverpool) abandonó un segundo su arco para firmar un autógrafo a un alcanza pelotas y fue aprovechado por Schwartzenbeck para colocar el empate con la valla vacía e ir a un desempate que ya ganaron los alemanes con facilidad.

“Papá, ¿por qué somos del Aleti?” le pregunta un niño a su padre en una muy comentada publicidad institucional que por mucho tiempo apareció en la TV española, demostrando que costará mucho a las viejas generaciones convencer a las nuevas de seguir con la tradición colchonera, a falta de buenos resultados y con un equipo navegando siempre en la irregularidad de los mayores triunfos (es el único que le ha ganado al Barcelona en treinta y seis jornadas de liga) y las peores derrotas.

Pero como pocos, Sánchez Flores parece haber hecho un curso acelerado de “aletismo”, cambió fichas de veteranos por gente hecha en la propia cantera (tal vez pensando en el secreto del éxito del Barcelona) y confió a muerte en ellos, en los Valera, De Gea (arquero), Domínguez, o Ignacio Camacho, dándole fuerza a las dos estrellas del ataque, y el crecimiento anímico y futbolístico fue notable.

Hoy, el Atlético sigue en Europa, algo que no han podido lograr ni el Real Madrid, ni el Barcelona, ni el Valencia ni el Sevilla. Y tiene la chance de alzar dos títulos en mayo.

Como para que en el futuro, los niños no tengan que preguntar más a sus padres por qué son del Atlético.