viernes, 14 de mayo de 2010

Le “relazioni pericolose” nel castello di Maradona



Amigos, gracias a la inestimable ayuda del brillante lingüista amigo Andrea Pari, tendremos la posibilidad de publicar muchos de nuestros artículos en italiano, para que muchos de los lectores que hablen y leen ese idioma puedan acercarse a nuestro blog.

L’affaire “Inversiones Dalport”, con l’apparizione del controverso personaggio di Víctor Vicente Bravo in qualità di ipotetico organizzatore di partite internazionali per portare la nazionale argentina a giocare un’ultima amichevole in preparazione mondiale negli Emirati Arabi -tra l’altro, ancora senza darne conferma o smentita- è solo un nuovo elemento che si aggiunge a un tema sul quale veniamo insistendo ormai da tempo.

Non è solo la situazione specifica ad essere poco seria, il problema è che da troppo tempo tutto ciò che circonda la nazionale argentina, ivi incluso la AFA, non è serio.

A questo punto, a così pochi giorni da un nuovo Mondiale, è chiaro che esistono poche eccezioni all’interno del panorama del calcio argentino -e sarebbe arduo trovarle nell’ambito della nazionale- a partire da chi detiene il potere assoluto per fare il bello e il cattivo gioco come trent’anni fa, il presidente Julio Grondona; il praticamente inesistente manager Carlos Bilardo (come dimenticare quando, nell’ultima partita della qualificazione a Montevideo, tutto incappucciato dava indicazioni ai giocatori mentre l’allenatore diceva a loro il contrario, raccomandandosi di non ascoltare il “nasone”), che ciononostante conserva l’incarico in attesa di chissà che cosa; o l’allenatore Diego Maradona, senza i requisiti per il ruolo o precedenti del caso, scelto come asso nella manica per tappare la falla del rifiuto all’ultimo momento di Carlos Bianchi, il candidato numero uno.

Si vive una guerra, il tutti contro tutti (e con molti round) in una specie di selva all’insegna del si salvi chi può. Grondona e Bilardo non si sopportavano fino al 2008 e di punto in bianco il tecnico spunta con un incarico importante, sebbene ora solo “burocratico”. Grondona e Maradona erano stati anni senza rivolgersi la parola (remember la frase del “Dieci” sui bulloni e la ferramenta di Sarandí) finché un bel giorno, come se niente fosse, (e a meno di due anni dall’ultimo ricovero in una clinica psichiatrica) il miglior giocatore di tutti i tempi viene designato per condurre la Selección nella fase decisiva delle qualificazioni. Salvo poi tornare a litigare i tre per Oscar Ruggeri, campione mondiale nel 1986, respinto da Grondona e dalla dirigenza, attratto e reclamato da un Maradona con il quale aveva avuto un brutto rapporto per un decennio e anche lui in cattivi rapporti con Bilardo, per non aver ottenuto dal suo ex allenatore l’appoggio necessario nei giorni di gloria del 1986 e del 1990.

In questo clima di reciproche recriminazioni vicine al “nonsense”, come se credessero per giunta che tutto deve passare obbligatoriamente attraverso i mezzi di comunicazione, si aggiunge un personaggio difficilmente catalogabile come Humberto Grondona, uno dei due figli del presidente del AFA, senza alcun precedente di spicco nonostante la tanto lunga quanto bizzarra carriera in America Latina (in Brasile durante la sua esperienza al Corinthias è stato definito “lobbista di arbitri”). Linguacciuto, impertinente e con un potere fuori dal comune -che va ben oltre l’incarico di responsabile del settore giovanile della nazionale che gli è stato affidato- in questo scontro all’arma bianca è rimasto escluso dallo staff della prima squadra poiché Maradona (suo ex amico) ha deciso di utilizzarlo come moneta di scambio per avere Ruggeri, nonostante il figlio del presidente del AFA sia convinto che il “Dieci” gli debba l’enorme favore di essere stato scelto in extremis, proprio quando l’opzione Bianchi era più in voga al momento delle dimissioni di Alfio Basile nel 2008.

Se questo è ciò che succede nella cupola che gestisce la Selección argentina, da lì in giù tutto è possibile. Per esempio, che in quattro giorni in qualsiasi città europea nessun giocatore osi scendere nella hall dell’hotel per il semplice fatto che non hanno firmato nulla, non c’è nessuna clausola che li obblighi a farlo e non sono tenuti a comprendere il ruolo dei media considerando la risonanza che ha il football in questo pianeta; oppure che non si possa esigere l’intervento dei dirigenti, più interessati ad andare in giro nelle varie città a comprar regali che a fare il loro lavoro. Certo, se poi molti di questi dirigenti vanno al Mondiale lautamente stipendiati, è difficile aspettarsi che la critica più audace venga proprio da loro.

La stampa che si è scandalizzata tanto in questi giorni per via del cosiddetto affaire (interminabile) della partita (forse annullata) del 29 maggio negli Emirati Arabi, non dice nulla sulle cifre che l’AFA sborsa prima di ogni viaggio all’azienda Rotamund, oppure sul fatto che Maradona e i giocatori ricevano solo i loro “amichetti” nelle stanze a piani superiori degli hotel, dove la TV allestisce i propri studi escludendo il resto del giornalismo, o che ci siano “colleghi” che nelle conferenze stampa fanno domande concordate con il potere o con i propri protagonisti. Questo di solito non si dice.

Non si dice molto nemmeno sul rapporto commerciale tra Maradona e Gabriel Heinze, ora risaputo, ma solo perché la fonte altro non è che il giornale “El País” di Madrid. E ancora non si dice che, pur avendo a disposizione attaccanti di mostruosa capacità realizzativa in Europa, presumibilmente non si potrà prescindere dal veterano Martín Palermo (già pubblicizzato dalle multinazionali) nella lista definitiva del Mondiale. Che sia per riconquistarsi le simpatie di una tifoseria, quella del Boca, che non tollererebbe un’altra rinuncia dopo quella di Juan Román Riquelme?

Insomma, sono così tante le prolissità che non basterebbero venti pagine Word per descrivere tutto ciò che non funziona nella nazionale argentina. Perché quel che non funziona è l’istituzione, la stessa AFA, perché come succede all’interno del paese, non c’è una dirigenza capace di portare avanti un altro progetto, o al meno non si intravede.

E allora la Selección andrà, come sempre, in mezzo all’assoluto disordine, poi forse Lionel Messi riuscirà a dribblare le avversità che si presentano sul suo cammino, con la sua genialità risolverà tutto, offrirà venti assist ai suoi compagni, i quali forse ne trasformeranno in gol due o tre, o magari di più (a seconda del rivale di turno), si potrà vincere la Coppa del Mondo perché i giocatori non mancano, e questa volta sono molto buoni (nonostante l’apparente schema conservatore sul quale insisterà l’allenatore) e tornando in patria, con il trofeo, i media di “plastica” ci diranno che si è vinto grazie a Maradona, a Bilardo che coordinava tutto e alla “irreprensibile” gestione di Grondona a capo dell’AFA.

E noi continueremo a dire le stesse cose di adesso, di prima, di sempre.

(trad. Andrea Pari)

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